Il racconto "Save and Buy" è stato scritto per il contest "EDS 27 - Money" organizzato dalla pagina Instagram di EDS Italia @eds.italia.
Per essere validi, i racconti dovevano avere alcune caratteristiche: iniziare con un incipit stabilito, uguale per tutti; rispettare il tema "money", ossia denaro; avere un limite di 15000 caratteri; contenere alcune specifiche parole bonus, non obbligatorie ma che davano diritto a un punteggio aggiuntivo (io le ho usate tutte e dodici).
Tutti i racconti, incluso il mio, sono disponibili qui sul sito di EDS Italia.
Vi propongo anche qui di seguito il mio racconto così come l'ho scritto per il concorso, senza alcuna modifica. L'incipit obbligatorio è in corsivo, mentre le dodici parole bonus sono evidenziate in corsivo grassetto.
Spero vi piaccia! Buona lettura!
Save and Buy
Mi incammino a passo svelto per le vie della città. Nella tasca della giacca ci sono tutte le banconote. Il loro peso è reale, concreto, così come la ruvidezza che avverto sui polpastrelli ogni volta che le sfioro. Pazzesco. Non avrei mai immaginato di dover gestire una simile cifra.
Mi guardo intorno furtivo, prima di scivolare nel vicolo deserto.
Mentre passo accanto alla porta sul retro di un ristorante, un invitante profumo di trippa mi solletica le narici, tuttavia non mi lascio distrarre.
Raggiungo il punto indicato sulla mappa che ho trovato nel libro e non riesco a evitare di sorridere quando riconosco l’imponente edificio che si staglia davanti a me: una banca.
Quale luogo migliore per farsi fregare un po’ di banconote? Spero almeno che la prova che mi attende non sia troppo complicata. In fondo, la prima non mi è costata più di tanto. Magari anche questa sarà alla mia portata. Deve esserlo. Non voglio nemmeno prendere in considerazione la possibilità di fallire.
Attraverso la strada, riflettendo sul motivo che mi ha condotto fin qui.
Per anni ho creduto che quel frammento del mio passato sarebbe rimasto archiviato in un angolo della memoria. Quella remota, accessibile solo grazie alla nostalgia tipica delle serate invernali, quelle in cui uno se ne sta appollaiato davanti al camino a leggere un libro con musica jazz in sottofondo, mentre fuori cade la neve. Ero talmente convinto di ciò da essermi ormai abituato all’idea che non l’avrei più rivisto. Poi, però, quella proposta ha cambiato tutto.
Quel frammento esiste ancora e può essere di nuovo mio.
Per questo ho accettato. Per questo mi trovo qui. E arriverò fino in fondo.
Mi avvicino all’ingresso della banca e realizzo subito che è chiusa al pubblico. Avrei dovuto aspettarmelo. Anche la biblioteca era chiusa. Solo che in quel caso è stato sufficiente suonare il campanello affinché qualcuno venisse ad aprire, mentre stavolta non vedo traccia né di pulsanti né di battenti. Deve esserci un’altra soluzione a questo enigma.
Mentre mi guardo intorno, una folata di vento mi sfiora la guancia e avverto un fresco formicolio sulla pelle. Subito dopo, una foglia plana davanti ai miei occhi e si incastra in uno strano solco situato sul lato destro della porta, in prossimità di un bancomat spento. Rimuovo la foglia per esaminare meglio quella crepa, così minuscola che in principio non l’avevo notata: è lunga e stretta, delle dimensioni simili a quelle di una...
Ovvio.
Con un sospiro, inserisco una banconota nella fessura. Come pensavo, viene risucchiata al suo interno con un ronzio.
Attendo. Uno, dieci, quindici... I secondi scorrono con la lentezza di un bradipo e io inizio a temere che la cifra che ho inserito non sia sufficiente. Quando sto per arrendermi e attingere di nuovo alla mia preziosa scorta, sento un leggero clic e una luce verde si accende sopra la porta. Poi, le due ante di vetro si aprono scivolando.
Sollevato, varco l’ingresso e mi ritrovo in un atrio enorme e all’apparenza deserto.
«C’è nessuno?» L’eco della mia voce rimbomba nel silenzio.
Azzardo un passo verso lo sportello accoglienza ed è allora che avverto un movimento alla mia sinistra. Mi volto di scatto e trattengo il fiato: un uomo alto sta avanzando verso di me. Ha i capelli corti brizzolati e indossa un completo elegante e un paio di occhiali.
«Buon pomeriggio», mi saluta con un sorriso. «È qui per la cassaforte?»
Faccio un cenno di assenso, sforzandomi di sostenere il suo sguardo. La somiglianza con il bibliotecario di stamattina è impressionante.
Senza smettere di sorridere, l’impiegato indica il deposito blindato alle nostre spalle.
«Per sbloccare il sistema di sicurezza della nostra cassaforte, è necessario inserire un codice a dodici cifre. È libero di individuare lei stesso i numeri che compongono la combinazione e il loro ordinamento, decifrando gli indizi disseminati all’interno della banca. In alternativa, ha a disposizione varie opzioni a pagamento». E inizia a elencarle.
Come immaginavo, se voglio posso ottenere direttamente la combinazione. Altrimenti, ho la possibilità di chiedere la soluzione dei singoli indizi, con uno sconto speciale se li acquisto tutti, ma non il posizionamento delle cifre all’interno del codice. Infine, posso comprare solo l’ordinamento.
«Quanto costa la combinazione?» chiedo, più per curiosità che per reale interesse.
Infatti, la cifra che mi chiede è assurda. Se accettassi, perderei quasi la metà del mio budget e non me la sento di rischiare. Non conosco il livello di difficoltà delle prossime due prove, ma mi aspetto sia incrementale, dato che quella di stamattina era più accessibile: tra tutti i libri presenti in biblioteca, trovare quello contenente la mappa che mi avrebbe condotto al luogo della seconda prova. Per identificarlo, avevo varie possibilità: pagare un ingente numero di banconote al bibliotecario, che mi avrebbe guidato direttamente alla soluzione, oppure risolvere un indizio.
Ora, non dico che l’enigma fosse facile, poiché non lo era affatto, tuttavia posso vantarmi di avere una cultura letteraria abbastanza ampia, grazie ai miei studi classici, perciò sono riuscito a risolverlo con le mie forze, pagando solo il costo necessario a conoscere la sezione giusta della biblioteca. In ogni caso, credo sia un fatto oggettivo che indovinare la combinazione di una cassaforte sia più complesso di ordinare cento autori per anno di nascita e assegnare ciascuno alla propria opera principale.
Mi concedo un momento per riflettere. Non sono un genio con i numeri, però nemmeno del tutto estraneo al loro mondo, dato che i miei genitori sono insegnanti di matematica, per cui decido di acquistare solo l’ordinamento delle cifre e tentare di risolvere gli indizi.
Per fortuna sono solo tre, ciascuno progettato per rivelare quattro numeri in ordine casuale. Nota negativa: trovare la soluzione senza pagare niente si rivela impossibile.
Nel primo, devo ispezionare un dipinto che occupa un’intera parete e rappresenta una vista della città al tramonto. Purtroppo, i numeri sono mimetizzati talmente bene al suo interno che cedo alla tentazione di acquistare una lente di ingrandimento. Non avrei voluto, ma dubito che altrimenti avrei scovato quel microscopico cinque inciso sul manico di quella carriola arrugginita.
Per il secondo indizio, invece, sono costretto a sprecare una banconota in cambio di un temperamatite. I calcoli necessari a ottenere le cifre nascoste in mezzo alle transazioni riportate nel vecchio libro contabile non erano così semplici da essere fatti a mente, e tutte le matite che ho trovato richiedevano, chissà perché, di essere affilate.
Per fortuna, riesco a risolvere il terzo indizio senza pagare nulla: premere una specifica combinazione di tasti su una calcolatrice per far comparire i quattro numeri mancanti sullo schermo. Tale combinazione era scritta su un foglietto nascosto nella stanza. Avrei potuto pagare per procurarmela, ma ho preferito cercarla da solo, anche se ciò mi ha rubato quasi due ore.
Torno dall’impiegato, il quale mi accompagna alla cassaforte.
Senza perdere altro tempo, digito nel tastierino le dodici cifre che ho guadagnato, seguendo l’ordine corretto, e la porta si apre con un cigolio.
Un pungente odore di polvere mi accoglie quando entro e rimango sorpreso nel ritrovarmi in un ambiente del tutto vuoto, con l’unica eccezione di un tavolo.
Mi avvicino, titubante. Sul piano d’appoggio, oltre alla mappa che mi aspettavo, trovo un elegante bigliettino decorato su cui è riportato il mio nome.
Mi impossesso di tutto e torno nell’atrio.
L’impiegato sembra sparito, ma non mi pongo domande ed esco dalla banca, esaminando la mappa con sgomento. Il luogo della terza prova si trova quasi dall’altra parte della città, e il cielo si è ormai fatto scuro.
Mi soffermo a osservare un pipistrello che volteggia intorno a un lampione acceso, riflettendo su come procedere. Vorrei andare a piedi, ma la verità è che mi sento davvero esausto, inoltre non ho idea di quanto tempo io abbia ancora a disposizione. Così, seppur a malincuore, decido di fermare un taxi.
La corsa mi costa ben quattro banconote, tuttavia mi sforzo di non pensarci.
Scendo sul marciapiede e ammiro l'edificio davanti a me: è un hotel a cinque stelle.
Come mai ho la sensazione che risparmiare non sarà affatto facile stavolta?
Faccio un respiro profondo e varco le porte a vetri.
La lobby è ampia e luminosa, ma deserta, proprio come l’atrio della banca e la biblioteca.
Mi avvicino al bancone della reception e suono il campanello. Quasi subito, un uomo con i capelli scuri e gli occhiali, molto somigliante al bibliotecario e all’impiegato delle due prove precedenti, arriva da una porticina situata dietro il bancone e mi accoglie con un sorriso.
«Benvenuto al nostro hotel. Ha l’invito?»
Colto alla sprovvista, sto per replicare che purtroppo non ho alcun invito, quando mi ricordo del bigliettino con il mio nome. Lo consegno al portiere, il quale lo osserva e annuisce.
«È un piacere averla con noi, signore. Le abbiamo riservato la nostra suite all’ultimo piano».
Mi consegna un tesserino elettronico e una busta sigillata.
«Le auguro una notte serena, e per qualunque cosa non esiti a chiamare».
Attendo qualche istante, ma non aggiunge altro. Nessun accenno a prove da superare né al pagamento. Molto strano. Anzi, direi sospetto.
Saluto il portiere, il quale si limita a sorridermi, e mi dirigo verso l’ascensore.
Quando arrivo all’ultimo piano, apro con la tessera l’unica porta presente e, appena varco la soglia, non riesco a trattenere un fischio.
Mi trovo in un salotto elegante, con divani in velluto e un tavolino di legno disposti intorno a una finestra gigantesca che offre una vista mozzafiato sulla città. La camera da letto, a cui si accede tramite una porta laterale, è un misto di stili classico e moderno, con il letto a baldacchino, i comodini in legno e un televisore gigantesco appeso alla parete di fronte. In un angolo, vicino al camino acceso, noto una scrivania con una sedia imbottita, un’abat-jour e un tablet.
Esausto, mi siedo e apro la busta che mi ha dato il portiere: contiene un foglio su cui sono riportate la password del wi-fi e poche semplici parole.
“Le istruzioni per accedere alla quarta prova ti saranno inviate via e-mail domattina alle cinque in punto. Buona permanenza.”
Tutto qui? No, non ci credo.
Mi alzo e inizio ad aggirarmi per l’appartamento alla ricerca di indizi nascosti, ma sono costretto ad arrendermi. A quanto pare, la terza prova consiste davvero nel godermi questa suite in attesa di istruzioni. Lo trovo assurdo, ma tanto vale approfittarne.
Dapprima mi concedo un lungo e rilassante bagno nella vasca idromassaggio, poi mi accomodo sul divano e accendo il tablet. Sulla schermata principale, compare un video di presentazione dell’albergo e dei numerosi servizi che offre, ciascuno attivabile tramite una specifica app.
Inizio a scorrerle con curiosità finché l’occhio mi cade su una dal nome “Ristorante” e realizzo di avere fame. Una vera fame.
Sto per ordinare una cena completa, compresa una fetta di torta alla crema di cioccolato e mascarpone come quella che faceva mia nonna, quando mi accorgo di un dettaglio, scritto minuscolo sotto ogni pietanza: il costo esorbitante.
Chiudo la app di scatto e comincio ad aprire le altre, una alla volta, constatando che sono tutte a pagamento. Ecco qual è l’obiettivo di questa prova: resistere alla tentazione di spendere soldi negli allettanti servizi dell’hotel. Per fortuna me ne sono accorto.
Guardo con tristezza la app “Ristorante”. Sono davvero affamato, ma non voglio sprecare banconote. Credo che mi accontenterò di quello che trovo nel minifrigo.
Dopo una semplice ma gustosa cena a base di fette di pane imburrato e una bottiglietta d’acqua, vado in camera e mi sdraio sotto le coperte. Il tepore che giunge dal camino è davvero piacevole e nel giro di pochi minuti scivolo nel sonno.
Mi sveglio che sono passate da poco le cinque. Lo schermo del tablet che ho lasciato acceso sulla scrivania lampeggia per una nuova e-mail in arrivo.
Mi sento ancora assonnato, ma mi sforzo di alzarmi e scoprire cosa mi aspetta. La mail contiene solo un indirizzo. È lì che devo andare.
Quando esco in strada, è ancora buio, ma all’orizzonte si intravede un timido chiarore.
Un silenzio irreale accompagna i miei passi. Avrei potuto sfruttare la app “Trasporti” e noleggiare una bici, ma voglio essere parsimonioso fino alla fine. Ormai manca poco.
Un’ora dopo, raggiungo la mia destinazione: un grattacielo così alto che sembra accarezzare il cielo rischiarato dai colori dell’alba. Sembra un quadro.
Mi avvicino al portone e noto subito il terminale alla sua destra: somiglia al classico sportello per prelevare denaro, ma qualcosa mi suggerisce che non lo sia.
Mi guardo intorno alla ricerca di indizi che indichino la presenza di una prova da superare, ma non mi pare di vederne, per cui mi avvicino al bancomat e premo l’unico tasto presente.
Sullo schermo compare la scritta “Introdurre denaro”.
Inserisco una banconota nella fessura e attendo con trepidazione, finché il messaggio “Attendere prego” viene sostituito da un cordiale “Benvenuto”. Subito dopo, un sonoro clic mi comunica che il portone è aperto.
Il cuore mi batte all’impazzata mentre entro nel palazzo, e ancora di più quando realizzo che nell’atrio buio non c’è niente. Nessun mobile, nessuna pianta ornamentale, solo le pareti. E una porta dalla parte opposta all'ingresso sulla quale lampeggia un altro terminale.
Avanzo in quella direzione ma, appena raggiungo il centro della stanza, una luce calda si accende all’improvviso, accecandomi, e una profonda voce maschile invade l’ambiente. La stessa che ho udito ieri mattina al mio risveglio e che mi ha spiegato la posta in gioco, prima di fornirmi le istruzioni per accedere alla riserva di banconote e raggiungere la biblioteca.
“Complimenti per essere arrivato all’ultima prova! Hai dimostrato ingegno e resistenza, ma saranno stati sufficienti? Stiamo per scoprirlo...”
Sudo freddo, avvertendo le banconote rimaste nella mia tasca farsi sempre più pesanti.
Mi avvicino al terminale incassato nella porta e lo studio con attenzione: stavolta gli slot in cui è possibile introdurre i soldi sono due, A e B.
Premo il pulsante di avvio e leggo il messaggio che compare sullo schermo.
Le istruzioni sono semplici: il grattacielo conta venti piani e l’obiettivo è raggiungere il tetto, sbloccando le varie porte che incontrerò sul mio cammino. Per farlo, sul relativo terminale mi verrà posta una domanda a cui dovrò rispondere scegliendo tra due opzioni, A e B, e inserendo una banconota nello slot corrispondente. Se la risposta è corretta, la porta si aprirà. Se fallisco, la porta si aprirà comunque, ma solo dopo aver inserito altre tre banconote nella fessura giusta. In altre parole, non è possibile superare questa prova senza spendere soldi.
E se li finisco...
Mi concedo un attimo per recuperare la calma.
Non morirò in questo edificio. Arriverò sul tetto e otterrò quello per cui sono qui. Sicuro.
Faccio un ultimo respiro e inizio.
Le prime due domande sono di letteratura, per cui supero con agilità le relative porte. La terza è di storia e riesco a cavarmela. E anche con la quarta. La situazione si complica dalla quinta in poi. Matematica, chimica, fisica... Purtroppo non riesco ad azzeccare tutte le risposte giuste e, quando arrivo al sedicesimo piano, mi sento esausto. Ancora quattro piani e solo sette banconote rimaste. Tradotto: posso concedermi un solo errore e anche in quel caso rimarrò a zero.
Sforzandomi di non pensarci, attivo il terminale diciassette e sospiro di sollievo nel leggere la domanda di letteratura. Passo oltre e riesco a rispondere, seppur con fatica, anche al quesito diciotto di matematica. Al piano diciannove, però, l'esercizio di chimica è troppo complicato per me, per cui sono costretto a sprecare quattro banconote.
Rimane l’ultima domanda e nessuna possibilità di errore. Vada come vada.
Premo il pulsante e ho un sussulto: “Come si chiama l’autore del romanzo Il vecchio e il mare?”
Tutto qui? Veramente?
Con mani tremanti, inserisco la mia ultima banconota nello slot B.
L’ultima porta si apre e io la varco con i battiti a mille.
Un uomo mi attende al centro della terrazza panoramica. È alto, tutto vestito di nero, con capelli lunghi e mossi che incorniciano un volto a me familiare. Mi sorride.
«Congratulazioni, Leon. Grazie a te, il destino dell’umanità non è più in pericolo».
Emozionato, apro la bocca per replicare, ma non faccio in tempo. Ogni cosa che mi circonda inizia a tremolare, come se all’improvviso fosse stata catapultata sott’acqua. Il viso sorridente dell’uomo in nero si fa sempre più sfocato, finché non scompare del tutto e io mi ritrovo immerso in un immenso spazio bianco. Poi, una voce rompe il silenzio.
«Leon! Leon!»
Qualcuno rimuove il visore per la realtà virtuale e io mi guardo intorno, un po’ spaesato.
Davanti a me, un volto somigliante a quello che ho appena lasciato mi sta sorridendo.
«Bentornato, amico! Come ti senti?»
Inizia a staccare i piccoli dispositivi simili a elettrodi collegati ai miei quattro arti e io provo ad aprire e chiudere le dita, recuperando il contatto con la realtà. La mia testa ronza e uno strano formicolio mi parte dalla nuca e arriva fino alla base della schiena.
Lo comunico a Louis, ma lui mi tranquillizza. «È tutto normale. Sono effetti collaterali che passeranno nel giro di qualche minuto. Piuttosto... Che ne pensi di "Save and Buy”?»
Mi stiracchio le gambe intorpidite, prima di rispondere con sincerità.
«È fantastico, Louis! Sento i muscoli contratti, come se avessi davvero camminato tutti quei chilometri! In generale, tutto quello che ho provato sembrava reale! I rumori, gli odori, il sapore dei cibi, le percezioni tattili, la reazione dei miei occhi alla luce... Tutti i miei sensi erano completamente attivi, ma non solo! Ho avvertito veramente lo stimolo della fame, del sonno... E le prove erano davvero avvincenti!»
Louis continua a sorridere, mentre decanto le lodi del suo gioco, tuttavia non ho finito.
«Però ci sono delle cose da migliorare, secondo me».
«Cioè?»
«Per esempio, aggiungerei un po’ di vita alla tua città! Le strade e gli edifici erano così vuoti che per tutto il tempo ho avuto la sensazione che non ci fosse nessuno a parte me! Non sarebbe male nemmeno avere degli avversari con cui confrontarsi! Infine, l’aspetto dei personaggi... Mi ha fatto piacere vederti impersonare il ruolo dell’uomo in nero alla fine, ma il bibliotecario, l’impiegato e il portiere sembravano gemelli!»
«Hai ragione, sono tutti aspetti su cui dovrò lavorare», ammette. «Però sono contento che nel complesso ti sia piaciuto. E spero insegni agli adolescenti l'importanza di gestire i propri soldi».
«Ne sono certo! Puoi proporlo senza dubbio alla casa produttrice di cui mi hai parlato».
«Grazie, Leon. Soprattutto per aver accettato di testarlo. Direi che ti sei meritato il tuo premio».
Il mio cuore ricomincia a palpitare, mentre lo osservo estrarre da un cassetto l’oggetto per il quale ho accettato di fare da cavia nel suo progetto.
Me lo porge e io lo ammiro come se fosse un lingotto d’oro: il mio primo videogioco. Me lo regalarono quando avevo otto anni e mio fratello minore lo distrusse durante una lite. È fuori produzione da secoli e credevo non lo avrei più rivisto.
«Per curiosità», mi chiede Louis. «Sei consapevole che quel vecchio gioco non vale nulla, vero?»
Sorrido. «Beh... I soldi non sono tutto».
Lui ride.
«Ah Louis, a proposito di curiosità», lo interrompo. «Se avessi finito tutte le banconote... Cosa mi sarebbe successo?»
L'espressione di Louis si fa enigmatica. «Credimi, amico mio... Non vuoi saperlo».
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